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Universitor : la voce degli studenti di Tor Vergata
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TorVergata per i detenuti - Intervista alla Professoressa Marina Formica


7 Luglio 2007

Recentemente si è parlato molto del caso Uchenna Benneth, detenuto da 13 anni nella sezione di alta sicurezza di Rebibbia, da poco laureatosi con lode in Ingegneria Informatica presso la nostra Università.
Quanto può fare l'Università per aiutare a vivere la detenzione in maniera per quanto possibile produttiva? O meglio, può fare qualcosa l'Università per riportare le carceri alla loro finalità di recupero dichiarata nella Costituzione?

Abbiamo intervistato per voi la Professoressa Marina Formica, Docente di Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere, impegnata in prima linea nel progetto di offerta formativa a distanza per i detenuti della Casa Circondariale di Rebibbia.

Sappiamo che l'Università di Tor Vergata e la Facoltà di Lettere, nello specifico, collaborano da qualche tempo con l'Istituto Penitenziario di Rebibbia al fine di garantire il diritto allo studio ai detenuti. Può riassumerci le tappe di questa collaborazione? Quando è cominciata? Chi l'ha ispirata?

L'iniziativa è nata da una mia idea in collaborazione con il Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio, Angelo Marroni. Come delegata della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma Tor Vergata per i rapporti tra l'Università e il territorio, ritengo che l'Università debba incidere profondamente sulla realtà sociale del territorio su cui gravitiamo.
Per quanto riguarda l'VIII municipio, abbiamo avviato il progetto di collaborazione con il Teatro Tor Bella Monaca che ha dato e dà moltissimi risultati.
Per quanto riguarda i rapporti tra l'Università e il resto della società, tra i vari progetti che non sto ad elencare in questa sede, quello delle carceri mi sembrava una sfida particolarmente interessante, sia perché l'acquisizione di un titolo di studio poneva i detenuti nella condizione di ampliare le possibilità di un loro futuro inserimento nel mondo del lavoro e, più in generale, di un loro reinserimento sociale, sia perché noi riteniamo la conoscenza un bene prezioso in sé che può trasformare noi stessi e la realtà che ci circonda.
L'idea venne immediatamente appoggiata sia dal Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Professor Franco Salvatori, sia dal Rettore, Professor Alessandro Finazzi Agrò, che ha impegnato risorse concrete nel progetto.


Da quanto tempo è stato avviato il progetto?

I primi contatti tra noi e l'Istituto Penitenziario di Rebibbia - Nuovo Complesso si sono verificati circa due anni fa.

Si dice che la Facoltà di Lettere (non so se anche altre Facoltà lo abbiano fatto) abbia predisposto un sistema di riprese video per permettere ai detenuti, con l'ausilio della tecnologia, di "assistere" alle lezioni. Ci può spiegare quali sono gli strumenti che l'Università ha messo a disposizione per garantire il diritto allo studio dei detenuti e come si svolge dunque concretamente la vita dello studente detenuto?

Quando l'idea è stata fatta propria dal Rettore, è stata estesa anche alle Facoltà di Economia e Giurisprudenza (Facoltà i cui corsi potevano essere seguiti a distanza, a differenza di quelli di una Facoltà come Medicina).
Dopo aver risolto una serie di problemi di natura tecnica (per esempio i detenuti non possono usare Internet) grazie alla collaborazione di Fastweb e grazie alla completa disponibilità del Direttore del carcere di Rebibbia - Nuovo complesso, Carmelo Cantone, abbiamo predisposto un piano di istruzione a distanza.
Tale piano prevedeva la ripresa video, scegliendo per questo primo anno una serie limitata di corsi, delle lezioni che i detenuti avrebbero potuto vedere e rivedere a loro piacimento, e l'assegnazione di Tutor deputati a fornire indicazioni relative ad aspetti pratici e burocratici della vita da studente così come delucidazioni sui contenuti delle lezioni e sulle modalità d'esame. Ciò ha implicato la realizzazione, nelle tre Facoltà interessate, di un'aula destinata ad ospitare i Tutor e, a Rebibbia, di un'aula con una serie di postazioni dalle quali i detenuti potessero interloquire con loro, il tutto nel rispetto delle norme di sicurezza previste nella Casa Circondariale.
Predisposto il piano di istruzione a distanza, con altri miei colleghi mi sono recata personalmente a Rebibbia ad inizio anno a fare orientamento e incontrare gli aspiranti studenti.


Che modalità d'esame sono previste per i detenuti?

Gli esami si possono sostenere o a distanza o in presenza in base alla scelta del docente che può decidere di recarsi alla Casa Circondariale o usufruire del collegamento a distanza predisposto.

Qual è stata la risposta dei detenuti alla possibilità formativa loro offerta?

Estremamente positiva, sia in termini quantitativi (abbiamo avuto circa una quarantina di iscritti, nettamente al di sopra delle nostre previsioni), sia in termini di impegno e serietà dimostrata dai detenuti nella loro veste di studenti.

Che margini e propositi di sviluppo ha questo progetto?

La nostra ferma intenzione è quella di continuare su questa strada e di garantire continuità e regolarità al progetto. Dal punto di vista pratico, speriamo essenzialmente di riuscire ad aumentare il numero dei corsi registrati e di ottenere un incremento delle immatricolazioni.
Vorremmo altresì estendere l'iniziativa alla sezione femminile della Casa Circondariale di Rebibbia, ma dobbiamo ancora verificare che percentuale di detenute è in possesso di titolo di studio di Scuola Secondaria Superiore considerato che, sulla base delle informazioni in nostro possesso, gran parte delle detenute è straniera o di origine Rom.


Dai fatti passiamo alle sensazioni. Che investimenti umani e professionali le sono stati richiesti e cosa ha ricevuto in cambio ad entrambi i livelli?
In sostanza, la sua esperienza di Docente e di donna ospite entro le mura di Rebibbia.


Le sensazioni che si provano sono le più diverse ma tutte molto forti. Visitare la Casa Circondariale è un'esperienza di grande impegno emotivo dalla quale torno sempre molto provata; fa effetto veder chiudersi le porte dietro di sé e poi tornare fuori e percepire la differenza.
Come donna si tratta di presentarsi con la propria femminilità in un contesto esclusivamente maschile, come Docente, il rapporto con i detenuti è molto coinvolgente, ma non scade e non deve scadere mai nel personale. Deve invece rimanere nell'ambito dei normali e buoni rapporti tra gli studenti - tutti gli studenti - e i docenti.
Quello che mi preme sottolineare è che, ogni volta che vado a Rebibbia, penso sempre di più che la cultura non debba rimanere arroccata in pochi centri ma interagire profondamente nella società in ogni suo aspetto.


Prima di salutarla, una questione da avvocato del diavolo. Una laurea conseguita durante la detenzione è la stessa che consegue uno studente "normale"?
La Professoressa Formica che interroga nell'edificio della Facoltà di Lettere di Tor Vergata è la stessa che interroga entro le mura di Rebibbia?


Assolutamente sì. Si potrebbe scadere in un facile pietismo che noi rifiutiamo in base al fatto che chi è detenuto ha delle responsabilità accertate dalla legge per reati che noi non vogliamo conoscere.
La laurea conseguita deve essere equivalente a quella degli studenti che frequentano regolarmente la nostra Facoltà; è questo il fine del nostro lavoro che cerchiamo di svolgere con grande professionalità.


Elietta     



I commenti degli utenti

  • Il 12 Nov 2007 "JJ" ha scritto: Quindi se questo è vero:

    Quando potranno lasciare il carcere, i neocarcerati-laureati avranno più possibilità di introdursi nel tessuto della vita sociale come onesti cittadini lavoratori, rifuggendo nel più dei casi le occasioni di delinquere.

    Posso anche rigirare il discorso:

    Se nonostante laurea e quant'altro non riusciamo a "introdurci nel tessuto della vita sociale come onesti cittadini lavoratori" (cosa che in questo paese è un DIRITTO, così come lo STUDIO) la soluzione è delinquere. Solo così la società si prenderà a carico il tuo mantenimento e la tua formazione, invece che mandarti in un call center a fare il sottoproletario o in stazione a dormire.

  • Il 4 Nov 2007 "Fede" ha scritto: Sì, certo, siamo bambinetti, bamboccioni, xenofobi e supeficiali.
    La solita solfa che oggi tanto piace servire alla gente onesta e lavoratrice, che paga le tasse e fa il propio dovere.
    Fa tanto politically correct vero?
    Ma quanti studenti universitari INCENSURATI non riescono a comprare i libri, a comprarsi il pranzo tutti i giorni, a venire all'università perché fuori sede o non trovano un appartamento ad un prezzo decente?
    Loro non meritano nulla? Pensate che i ridicoli aiuti istituzionali colmino tutti i disagi?
    Ma no, invece fa tanto figo far vedere il criminale che si prende una laurea gratuita.
    Lo Stato pensasse prima a dare una ristrutturatina agli edifici dove sgobbano cittadini onesti a lavoratori, invece di farsi una pubblicità che, sinceramente (ma è un parere solo mio) sa tanto di presa per i fondelli.

    Probabilmente, come gli altri colleghi prima di me, sarò tacciato di bamboccionismo et similia, per il solo fatto che credo che, dato lo stato della nostra università, sarebbe il caso di pensare prima agli studenti regolari (che tra parentesi danno "da mangiare" all'università) che a quelli " birichini".

    Ovviamente, è un mio parere.

  • Il 31 Ott 2007 "matteo" ha scritto: I commenti dei miei colleghi sono molto superficiali, solo dei bambinetti che non sanno niente di carcere e detenzione possono permettersi di dire delle cose così gravi e stupide allo stresso tempo.
    Secondo me l'iniziativa è un passo verso la libertà del sapere che supera anche le barriere di celle e istituti penitenziari; fornendo dei mezzi di istruzione universitaria ai detenuti, forse, si può garantire l'effettiva riabilitazione di persone che non sono di serie B, ma sono ragazzi, uomini o donne che hanno commesso degli errori, quindi è giusto offrirgli una possibilità di ricominciare a sperare e a vivere normalmente.
    Quando potranno lasciare il carcere, i neocarcerati-laureati avranno più possibilità di introdursi nel tessuto della vita sociale come onesti cittadini lavoratori, rifuggendo nel più dei casi le occasioni di delinquere.

  • Il 1 Ago 2007 "Vicio" ha scritto: Sono pienamente d'accordo con Alessio e spero che qualcuno si muova verso questa direzione, soprattutto perché per un detenuto l'università è gratuita, compresi sussidi didattici, dispense, libri ecc. ecc. Non voglio dire che i detenuti non meritino di potersi rifare una vita oppure di non poter apprendere nuove cose, ma se il prezzo da pagare è solo nostro (al riguardo)... Vogliono nuova forza lavoro? Nuovi laureati nei tempi regolamentari? Aiutassero chi si iscrive regolarmente e non chi ha commesso reati... forse quello che si vede in Parlamento... è quello che si riflette nella realtà, anche se dovrebbe essere il contrario...

  • Il 15 Lug 2007 "Studente" ha scritto: Alla fine i carcerati siamo noi studenti normali, pure io vorrei fare degli esami a distanza...
    Purtroppo pur di far parlare del proprio Ateneo (in generale) le lauree si regalano, vedi quelle regalate a personaggi famosi oltre a quelle di cui si parla in questo articolo.
    Per me è una vergogna... uno deve pensarci prima a fare certi danni.

  • Il 7 Lug 2007 "Alessio" ha scritto: E rendere i video registrati disponibili anche per i normali iscritti?



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